
Zygmunt Bauman è uno dei più famosi sociologi del mondo e dal suo osservatorio produce a ritmi serrati pagine e pagine di un'acuta critica della "società liquida" dei nostri tempi. Il suo approccio colpisce nel segno e incontra i gusti di un pubblico anche di non specialisti perché la sua analisi è sempre legata al vissuto affettivo, ai sentimenti e alle emozioni che muovono i comportamenti individuali e sociali. Un suo testo capitale è stato Modernità e Olocausto (Mulino, 1992) in cui ha esposto una tesi sintetizzabile in questa battuta "La modernità rese possibile l’Olocausto. Fu la regola totalitaria a perfezionare tale possibilità".
Nel brano che abbiamo estratto dall'intervista realizzata per il nostro libro, Bauman mette l'accento su due importanti temi dell'indagine sul male: l'errore di una radicalizzazione del male che lo rende così altro da non appartenerci più, e di converso, la difficile realizzazione che invece il male ci appartiene, che il male si nasconde nelle pieghe della quotidianità, della banale vita di gente semplice, come noi.
Per non smettere di pensare
_Se è vero che il male è inscritto nella natura dell'uomo allora nessuno può esserne del tutto libero. Nella nostra giornata, nelle nostre esperienze di vita, dove si nasconde la banalità del male? Quali gesti compiamo senza domandarci il perché, senza assumerci in pieno la responsabilità delle nostre azioni ma rimandando ad un'autorità o ad un'abitudine la ragione delle nostre azioni?
_Quale fenomeno contemporaneo o fatto di cronaca ci ricorda che demonizzare il male non significa allontanarlo bensì coltivarlo e alimentarne la crescita?
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